Il Bello, oggi, sembra essere stato sfrattato dalle grandi città. Dove vi sono grandiosi monumenti oramai vi sono anche mesti graffiti, nei musei vi sono esposte creazioni che anziché essere opere d’arte meticolosamente forgiate da un genio paiono essere frettolose grida d’aiuto di anime sofferenti, i giovani non conoscono più l’eleganza della buona educazione e del galateo e persino il gentil sesso par avere abdicato al suo ruolo di ornamento del mondo seguendo le mode svilenti che ne offendono il pudore e la grazia. La bellezza oramai è merce sempre più rara: ed è questo che ne aumenta ancor più il valore. La bellezza, che sia creata dal Divino, come la natura, o che sia prodotto umano, come l’arte e i nobili gesti, in quest’epoca post-moderna è ancora più preziosa proprio perché desueta.

Il bello della natura, sia esso sublime dinamico o sublime statico, citando Kant[1], si cela in quei posti lontani non ancora deflorati dal violento progresso umano. Le foreste selvagge in cui le sacre guglie degli abeti fendono il cielo o le scogliere erose dal bacio salato delle onde sono luoghi sempre più rari in cui l’Uomo, finalmente lontano dagli altri uomini, può contemplare la bellezza della Natura in tutta la sua potenza e provare meraviglia. Le dimore del bello sublime, legato alla natura incontaminata, attualmente sono sempre più nascoste ed inaccessibili, per questo esse sono divenute un lusso e vanno preservate.
Vi è poi il bello generato dall’ingegno umano, erede del canone classico, a cui la società contemporanea par aver momentaneamente abdicato. Il bello nelle arti inteso come armonia delle parti, regolarità e precisione oggi è giudicato dalle masse reo d’essere noioso e scontato. L’architettura decostruzionista è orfana degli insegnamenti di Vitruvio, i corpi disegnati sulle tele vengono storpiati in nome dell’innovazione da artisti che ignorano le regole di Policleto e la tecnica di Prassitele e la nuova musica trap sembra voler sfregiare il concetto pitagorico di musica. Già nel 1744 Anton Raphael Mengs, nel suo saggio Pensieri sulla bellezza[2], elogia la grandezza degli antichi greci. Egli afferma che essi avevano il senso del bello superiore ai suoi contemporanei e che opere come il Laocoonte e il Torso del Belvedere incarnano la massima bellezza prodotta dall’Uomo. I maestri dell’antichità, a detta sua, erano in grado di produrre opere bellissime perché le loro idee erano superiori ai moderni: non anelavano solo al bello, bensì alla perfezione. Oggi, purtroppo, la ricerca del bello sembra essersi arrestata anche nel semplice mondo delle idee. Guardare agli antichi, alle opere rinascimentali, al pathos romantici e alla dolcezza dei tratti preraffaelliti è pericoloso, giacché scardina due dei principali cardini dell’attuale epoca post-moderna, ossia che il bello sia oggettivo, e non soggettivo, e che il relativismo permetta ogni tipo di sperimentazione artistica e di scempiaggine. Anche una sinfonia di Mozart, se ascoltata dopo un brano di musica commerciale contemporanea, diviene giudice impietoso che condanna aspramente il relativismo e l’assenza di buon gusto oggettivo. Vi è poi la bellezza prodotta dall’uomo non nelle arti ma nei gesti. Essa è effimera ma viene tramandata di generazione in generazione al fine di nobilitare i propri eredi e perciò merita rispetto e va tutelata, pur non essendo un bene materiale. Questa bellezza, contingente ma non vana, è insita nei gesti eleganti, nella gentilezza, nella buona creanza e anche nel ben vestire. Nell’era della pornografia e del sintetico il bello abita in una pudica gonna di lana al ginocchio, così come nell’era del trasgressivo a tutti i costi il bello vive in una semplice, ma elegante, cravatta ben allacciata. Il bello, inoltre, non è solo materiale, è anche portamento, educazione e agire quotidiano: una parola gentile, un sorriso, una posata ben appoggiata nel piatto, un movimento delicato o una buona azione contribuiscono alla creazione del cosmo, inteso pitagoricamente come armonia. Il bello, che è multiforme, in questi casi assume anche il significato di buono, giacché promuove il bene comune e le buone opere. Il vivificante ed aristocratico concetto antico di anima buona in corpo bello, kalòs kai agathòs*,* contrapposto al mortifero concetto di corpo inteso come tomba dell’anima, soma-sema, redime l’uomo dalla bruttezza, dal nichilismo e dal latente autolesionismo presente nell’ascetismo. Il fatto d’amarsi e con serenità, senza superbia e senza vanità, poter saggiamente constatare che il bello, modesto, naturale e coerente con la propria età, abiti anche in sé stessi è uno dei tanti tasselli necessari ad una vita felice.
La bellezza sembra essere stata sfrattata dalla società dei consumi di massa ma, per fortuna, l’idea in sé è imperitura. Il mondo, in certi suoi angoli sovra popolati, pare il tripudio della bruttezza, dell’informe e della provocazione. Il dilagante feticismo per il relativismo, lo sperimentalismo e lo strano è solo una moda contingente: presto si avranno a nausea tutte le nuove stramberie artistiche, disarmoniche e incongrue, e il bello farà, con modestia, discrezione e gentilezza, ritorno a casa nostra.
Liliane Tami
[1] Immanuel Kant, Critica della capacità di giudizio. Libro secondo, Analitica del sublime, edizioni Bur, 1995, Milano.
[2] Anton Raphael Mengs, Pensieri sulla bellezza, edizione Abscondita, 2003 Milano