La storia del costume è un continuo susseguirsi di mode ed accessori stravaganti. L’ombrello, accessorio assai antico che ha visto la sua nascita in Asia, era utilizzato come oggetto sacro degli imperatori e a partire dall’epoca bizantina venne adottato anche durante le cerimonie laiche e religiose d’occidente. A Gignese, sul lago Maggiore, vi è persino il museo dell’ombrello, in cui è illustrata la storia dell’antico mestiere dell’ombrellaio.
Oggi l’utilizzo del parasole è perlopiù inusuale, se non durante ai matrimoni ed è prerogativa del gentil sesso. Il grazioso ombrellino ricamato è stato sostituito dal ben più ingombrante parapioggia, che per tradizione è di colori scuri e cupi. Con l’arrivo dell’estate molte pantere da ufficio, quelle fashioniste borghesi che passano la vita di fronte ad un monitor col tacco 12, cercano di redimersi dal pallore causato dalla città costringendosi ad estenuanti sedute di abbronzatura nel sarcofago del solarium. Il settore terziario, che ha privato l’uomo ( e la donna) del gradevole lavoro all’aria aperta ha imposto a tutti i cittadini delle metropoli l’astinenza dalla tintarella naturale, quindi oggi una cute abbronzata è divenuta rara e quindi ambita. Salvifiche creme abbronzati vendute a 200 euro, sacerdoti della chirurgia plastica e centri estetici sono oramai i nuovi feticci in grado di mascherare la vergogna della città, ossia la mancanza di sole naturale e di momenti di pace e tranquillità per poter tranquillamente stare all’aria aperta.
In passato, al contrario, quando la maggior parte della gente lavorava in bottega o nei campi e quando l’Europa era perlopiù abitata da gente di razza nordica ed estide il pallore era ritenuto bello, sinonimo di vita quieta tra le mura domestiche o di superiorità razziale.
Le ricche donne d’altri tempi e le pulzelle particolarmente chiare e soggette ad ustioni solari amavano quindi passeggiare con un parasole per proteggersi dai raggi taglienti della nostra stella per preservare il loro amato pallore, status simbol di nobiltà ma anche di discendenze nordiche.

Monet- Donna con parasole
Prima della seconda guerra mondiale, quando già vi era stata la rivoluzione industriale ma il commercio internazionale non era ancora frenetico, consumistico e dispotico come oggi, gli ombrelli erano oggetti di valore che duravano decenni.
In passato gli ombrelli erano autentiche opere d’arte, prodotte da un artista artigiano che ne intagliava il manico, ne forgiava i meccanismi e ne cuciva le parti. Oggi i raffinati parasole, allegri, colorati ed elaborati, sono passati di moda e sono stati sostituiti dai comuni parapioggia in plastica e comprabili per pochi euro.
Oggi gli ombrelli, che in realtà sarebbe più corretto chiamare parapioggia, vengono prodotti in serie in fabbriche del bangladesh, sono di plastica e stoffe sintetiche e si rompono nel giro di poche settimane.
Acquistare un ombrello da un marocchino fuori dalla metro, è un crimine nei confronti di questa nobile tradizione artigianale che richiede dedizione, manualità, pazienza, creatività ed una lunga formazione in bottega.

Parapioggia grigi e neri, di Renoir






